Don't (?) be evil

28
maggio
2007

luci_ombre_google.jpgAl noto motto di Google, i ricercatori del Gruppo Ippolita che hanno scritto Luci e ombre di Google, credono davvero poco.
I loro dubbi e le loro critiche si concentrano principalmente su tre aspetti:
1. la privacy, cioè la gestione e l’uso che viene fatto delle informazioni personali degli utenti;
2. il mito del motore di ricerca perfetto;
3. il rapporto di Google con il mondo e con la filosofia dell’open source.

Privacy

L’attività di Google costituisce un pericolo evidente per chiunque abbia a cuore le tematiche della privacy e della costruzione consapevole del proprio alter ego digitale. Si tratta dell’emersione di un conglomerato di potere che già oggi influenza pesantemente la vita di troppi individui. Google detiene informazioni riservate che analizza senza sosta per promuovere una personalizzazione sempre più accurata del cancro pubblicitario.

Google, nell’immaginario colletivo, è un’azienda buona per definizione, che è riuscita nell’impresa non facile di conquistarsi la fiducia, quasi incondizionata, dei suoi milioni di utenti. Non ci pensiamo su tanto nel fornire i nostri dati per utilizzare un qualunque servizio messo in piedi dalla coppia Page/Brin.
Eppure, se ci riflettiamo un momento senza lasciarci prendere dalla frenesia delle novità tecnologiche, Google sa di noi molto, forse troppo: conosce (o almeno può farlo) il nostro indirizzario e le email che scriviamo e che riceviamo (gmail), con chi chattiamo e cosa ci diciamo (gtalk), i nostri appuntamenti passati e futuri (google calendar), i siti che seguiamo con maggiore interesse (google reader), i percorsi delle nostre navigazioni in rete (search history), i nostri segnalibri (google bookmarks), i documenti di testo e i fogli di calcolo che scriviamo e salviamo sui suoi server (google docs), le nostre relazioni con altre persone (orkut), cosa contiene il nostro pc (google desktop), i video che vediamo (youtube) e le news che ci interessano (google news), ecc.
Che questa profilazione capillare degli utenti venga o meno utilizzata, e non solo per scopi pubblicitari ma anche per altre tipologie di controllo, è un dubbio che può sorgere e al quale forse non è ancora possibile dare una risposta precisa.
Se poi vogliamo farci trascinare in piccole (o grandi) paranoie da utopia negativa, non possiamo tralasciare la notizia, circolata qualche giorno fa, dell’investimento, modesto per la verità, ma significativo in termini simbolici, di Google nell’azienda della moglie di Brin (nonchè sorella di Page) che si occupa di genetica personale, cioè di creare e conservare mappature del patrimonio genetico personale da utilizzare per la diagnosi di eventuali predisposizioni verso alcune malattie o per la possibilità di creare farmaci personalizzati.
Come dire: anche quelle sono informazioni, core business di Google.

Motore perfetto

Il sogno di un ‘Google contenitore di tutta internet’ è un’idea demagogica particolarmente comoda, utile per sostenere la completezza e l’affidabilità delle informazioni disponibili. [...] In realtà in un sistema reticolare complesso non esistono verità assolute, ma solo autorità distribuite a seconda del percorso che si desidera affrontare, o anche solamente in funzione del tempo che si è disposti ad investire nella ricerca.

Quando facciamo una ricerca su Google siamo portati a credere, potenza del marketing, di star facendo una ricarca su tutto l’internet.
Niente di più falso, secondo Ippolita. Ci stiamo limitando in realtà a cercare all’interno di quella parziale fetta di internet che è stata scandagliata dagli spider di Google, e quella fetta non corrisponde affatto all’internet.
Per di più, la velocità e l’immediatezza con la quale i risultati di ogni ricerca ci vengono presentati non sono altro che il frutto di ulteriori filtri, che rendono ancora più arbitrari i risultati forniti, posti all’interno della parziale e incompleta immagine di internet contenuta nei server di Google.

Open source
Google ha sposato la filosofia open: ai dipendenti viene lasciata la possibilità di lavorare su propri progetti e linee di ricerca, il mondo open è corteggiato e vezzeggiato in ogni modo, google code è una miniera per gli sviluppatori ecc.
Ma quando quei progetti, frutto dell’intelligenza collettiva tipica della pratica open source diventano in qualche modo parte del mondo Google, si trasformano da open in proprietari. Chi vuole utilizzare le Api, ad esempio, deve registrarsi e sottoscrivere una licenza che con l’open ha poco o niente a che vedere.
Come sostiene qualcuno, forse questo è il vero lato oscuro di Google.
E quindi la domanda principale da porsi è: quali sono le strade possibili e praticabili di resistenza per fa si che i frutti dell’intelligenza collettiva non si trasformino in fonte di guadagno (e di potere) di singole aziende, anche buone per definizione, come Google?

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Un Commento a “Don't (?) be evil”

  1. Biagio Semilia scrive:

    La vera notizia mi pare questa: la moglie di Brin è sorella di Page.
    Ad ogni modo io credo che i due di Google abbiano conretizzato quello che si paventava anni fa e che sembrava anche lo straordinario potere delle nuove tecnologie. Sono andati oltre la profilazione degli utenti, hanno imparato a conoscerli ed a rispondere alle loro esigenze. Tutto ha un prezzo, questi servizi e questi strumenti apparentemente gratuiti li paghiamo con cedendo le informazioni che ci riguardano. Pazienza!

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